Milano, nel 2012 parte la formazione di mediatori culturali rom

gennaio 20th, 2012

Dalla redazione di www.libero.it Martedì, 20 dicembre 2011 – 09:22:25 

Nel 2012 il Consiglio d’Europa promuoverà a Milano la formazione di mediatori culturali rom. L’ha annunciato a Palazzo Marino Jeroen Schokkenbroek rappresentante speciale per la questione rom dell’istituzione europea. “È un programma che ha come obiettivo quello di rinforzare il lavoro dei mediatori culturali per arrivare a una rappresentatività dei rom e favorire il dialogo con le istituzioni” ha affermato durante la conferenza stampa a Palazzo Marino. Schokkenbroek ha inoltre invitato Milano a “entrare nell’alleanza delle città europee che lavorano per l’integrazione dei rom e che si scambiano informazioni ed esperienze”. 

La giornata milanese del rappresentante del Consiglio d’Europa è stata scandita dagli incontri con i rom e con le associazioni che si occupano di loro. “Il ministro Riccardi ha detto che l’Italia si doterà di un piano nazionale di integrazione. È importante, ma non basta, perché l’integrazione di realizza a livello locale con l’accesso alla scuola, alla salute e al lavoro -ha sottolineato Schokkenbroek-. Per questo sono venuto a Milano”. Ha avuto un colloquio con il sindaco Giuliano Pisapia e con gli assessori Pierfrancesco Majorino (Politiche sociali) e Marco Granelli (Sicurezza e coesione sociale).

Sul tavolo anche il tema degli sgomberi dei campi abusivi, iniziati dalla Giunta Moratti e in parte continuati con la Giunta Pisapia. Scelta che l’assessore Majorino ha difeso: “Abbiamo deciso di muovere entrambi gli ingranaggi: quello del rispetto della legalità e quello del dialogo e della mediazione. Dobbiamo però dire con chiarezza che Milano deve smetterla di avere paura dei rom”.

Sugli sgomberi Schokkenbroek non si è espresso durante la conferenza stampa. Ha solo accennato alla sentenza del Consiglio di stato che ha annullato il Piano Maroni per l’emergenza nomadi, che riguarda, però, soprattutto i campi regolari. Dei 13 milioni stanziati dal Governo italiano per il capoluogo lombardo, 4 milioni sono stati affidati alla gestione diretta del Comune che ne ha impiegati finora la metà, mentre gli altri 9 milioni sono gestiti dalla Prefettura. Dopo la sentenza del Consiglio di Stato ammontano quindi a 1,9 milioni i fondi rimasti nelle casse del Comune che la Giunta Pisapia potrebbe non poter più spendere proprio in virtù di quella sentenza. “C’è un momento di incertezza -ha detto Schokkenbroek-, spetta al Governo provvedere e trovare una soluzione alternativa ai campi. Siamo tutti d’accordo che vanno superati e ci possono essere soluzioni diverse. Bisogna vedere cosa si può fare per costruire una nuova politica”.

Medicina degli altri e salute di tutti

gennaio 20th, 2012

Da un articolo di Luca Attanasio del 18/12/2011 su F.C.

L’immigrazione offre una grande occasione di integrazione in nome della salute: medicine etniche e tradizionali con la medicina occidentale.
18/12/2011

La sanità, in una nazione a un passo dal rischio recessione, che deve mettere mano a
provvedimenti urgenti a colpi di forbice, è certamente un tasto dolente. Parlare quindi di salute e immigrazione, specie in una regione come la Campania, con i noti dissesti e un assessorato commissariato, può suonare quasi un lusso da filantropi. Non la pensa così un gruppo di operatori sanitari napoletani che di recente, in occasionedella presentazione di T-Share, un Progetto europeo che punta alla formazione di equipe transculturali in ogni unità sanitaria di base, hanno dato vita a un interessante dibattito teso a dimostrare quanto l’attenzione alle fasce deboli delle nostre società, oltre che un dovere, sia il modo migliore per far risparmiare la comunità.

“Negli anni Sessantga e Settanta”, spiega il professor Antonio D’Angiò, Docente di gruppo analisi transculturale dell’Università di Palermo e tra gli organizzatori delle giornata, “gli ospedali psichiatrici del Nord d’Italia erano affollati all’85% da immigrati del Sud, che pagavano così il mancato adattamento, il senso di alienazione, l’analfabetismo. Lo sradicamento e la precarietà così come patologie non affrontate, creano una sofferenza psicosociale che porta all’isolamento”.

Una società capace di accogliere e di mettere a disposizione di tutti una sanità pubblica in grado di comprendere a fondo i bisogni dei cittadini, evita di trasformare persone, come nel caso di quella folla di meridionali partiti con la speranza di un futuro migliore, in assistiti a vita. Ma c’è bisogno di cultura, non solo di tecnica. Non è un caso, infatti, che il workshop sia stato ospitato dall’Orientale. “La nostra Università”, dice Luigia Milillo, docente di Storia della Medicina e Bioetica, “è per statuto sbilanciata verso la ricerca e l’accoglienza delle diverse culture del mondo e credo che questo metodo si sposi perfettamente anche con le esigenze della sanità. Abbiamo promosso di recente un master di medicina tradizionale cinese per laureati in Lettere e Medicina. Un intreccio affascinante di formazione che rimette in discussione il nostro metodo e si apre all’altro”.

“Se il nostro modello verrà accolto”, sorride Mascia Marini, presidente di Shen, un’associazione nata nel 2000 a Napoli che promuove libero accesso alle cure e modelli di approcci medici integrati, “nel giro di qualche anno potremmo immaginare ambulatori che offrano anche metodi di cure tradizionali a fianco di medici con metodiche esclusivamente occidentali”.

È lei a ricordare nel suo intervento che l’80% della popolazione del mondo -5,6 miliardi di individui – si cura affidandosi alle tante medicine tradizionali: sarebbe perlomeno presuntuoso non tenerne conto nel trattare le patologie degli immigrati. “Sono persone che provengono dalla Cina, dal subcontinente indiano in cui la medicina ayurvedica è il metodo di cura principale, o dai tantissimi luoghi dove si praticano la fitoterapia o le medicine tradizionali africane”.

Interessante l’esperimento svolto per alcuni mesi in una Asl napoletana dalla associazione della Marini, che metteva, accanto a un medico del luogo, un agopunturista sri-lankese, uno tradizionale senegalese e altri. Gli immigrati si rivolgevano in massa ai medici a loro più vicini culturalmente, ma si affidavano anche ai rappresentanti di altre tradizioni, sempre sotto la supervisione del medico “occidentale”. Curare un immigrato con un linguaggio più vicino alla sua cultura crea un innegabile vantaggio “e porta a ottimi risultati terapici”.

Ambulatori specializzati, recupero di competenze (sono moltissimi tra gli immigrati i medici o quelli che hanno titoli in campo sanitario), attenzione alle tante culture, queste le parole chiave del progetto “che vuole formare”, dice Rosa Dell’Aversana, coordinatrice del progetto T-Share della Asl NA 2 Nord, “tutti gli operatori sanitari ad avere abilità ampie e offre un curriculum nuovo per una figura altamente specializzata, quella del mediatore sanitario. In ogni equipe sanitaria, per noi, dovrebbero esserci sempre antropologi, sociologi e, fondamentale, un mediatore”.

Il progetto è di un’evoluzione di quest’ultima figura, spesso confusa con il semplice traduttore. Il suo compito, oltre a quello della comprensione linguistica, dovrebbe essere accogliere, comprendere, conoscere bisogni e richieste, contesti culturali. “Il primo obiettivo di una sanità che vuole essere efficiente”, è lapidaria la Dell’Aversana, “è quello di capire e farsi capire, abbandonare ogni rigidità e aprirsi alla transculturalità”.

Adolescenti? Da loro si può imparare

gennaio 20th, 2012

Da un articolo di Alessandra Turchetti del 16/12/2011 su F.C.

Un’indagine di Eurispes e Telefono Azzurro invita a un maggior ascolto degli adolescenti in famiglia. Al Sud il dialogo tra genitori e figli è migliore rispetto al Nord.
16/12/2011

Dall’Indagine Nazionale sulla Condizione dell’Infanzia e dell’Adolescenza 2011 promossa da Telefono Azzurro ed Eurispes, emerge uno quadro significativo delle condizioni di vita degli adolescenti italiani e il loro rapporto con i genitori. La rilevazione sul campo ha coinvolto 21 scuole di ogni ordine e grado e sono stati distribuiti 1.496 questionari ad alunni di età compresa tra i 12 ed i 18 anni. Per la prima volta rispetto alle precedenti edizioni, nell’indagine di quest’anno sono stati coinvolti non solo i ragazzi ma anche i loro genitori, le cui risposte sono state confrontate con quelle dei rispettivi figli fornendo un ulteriore ed interessante elemento di analisi.

Quali aspetti, dunque, sono emersi da questa valutazione incrociata? In primo luogo, una tendenza da parte dei genitori a sottostimare l’abitudine dei figli al consumo di alcool: l’85,3% ritiene che non si ubriachino mai, a fronte di un 72,7% di ragazzi che afferma che non succede mai. Per gli adulti, i figli si ubriacano spesso e qualche volta rispettivamente nello 0,4% e nel 3,5% dei casi, mentre i figli indicano percentuali diverse (3,4% e 12%). Lo stesso atteggiamento riguarda il consumo di hashish e marijuana: i figli indicano di farne uso qualche volta o spesso nel 4,7% dei casi, a fronte di uno 0,9% dei genitori. Ma questa tendenza a una certa superficialità di giudizio riguarda anche altri aspetti di vita dei ragazzi: oltre la metà dei genitori (50,7%) ritiene che il proprio figlio non si senta mai depresso, mentre il 40,8% di ragazzi dice di non sperimentare mai questa condizione psicologica e il 26% qualche volta o spesso.

Dalla depressione a sensazioni emotive più forti: il 6,1% degli intervistati afferma di sentirsi spesso angosciato, contro il solo 2,4% dei genitori che ammette di essere a conoscenza di questi stati d’animo dei propri figli; il 38,4% di loro dice, inoltre, di non provare mai angoscia, mentre ne è convinto il 43,9% dei genitori. Non sono solo, dunque, i comportamenti a rischio da focalizzare meglio nel rapporto genitore-figlio ma anche un’adeguata comunicazione e attenzione rispetto alla vita psicologica e di relazione dei propri ragazzi che ammettono per il 57% di parlare con i propri genitori, se non proprio di tutto, almeno di buona parte di ciò che li riguarda, mentre un terzo (30,5%) dichiara di non tacere nulla alla famiglia. È una minoranza (11,2%), invece, a dichiarare che i propri genitori sono a conoscenza soltanto di una piccola parte di quello che succede loro e solo lo 0,8% afferma di tenere completamente all’oscuro il nucleo familiare circa le vicissitudini e i pensieri personali.

L’abitudine a condurre una vita senza segreti agli occhi della famiglia sembra essere maggiormente radicata nei ragazzi del Sud (52,1%), seguiti da quelli del Nord-Ovest (36,6%), delle Isole (26,9%), del Centro (19,3%) e del Nord-Est (16,5%). L’indagine ha toccato, nel complesso, argomenti quali famiglia, media e nuove tecnologie, tempo libero, scuola, comportamenti a rischio, bullismo e cyber bullismo, con un messaggio ben chiaro al momento della sua presentazione: non solo attenzione alta su quello che ai ragazzi si insegna, ma anche su quello che dai giovani si può imparare.

Figli contesi, arriva il mediatore

gennaio 20th, 2012

Da un articolo di Fausta Speranza del 14/12/2011 su F.C.

Sulla custodia dei minori scoppiano, nelle coppia bi-nazionali, dispute che spesso sfociano in veri rapimenti. Un fenomeno in crescita, cui l’Unione Europea risponde con il Mediatore.
14/12/2011

Strasburgo – Solo in Gran Bretagna c’è un caso di sottrazione internazionale di minore ogni due minuti. Il dato è del ministero degli Esteri britannico e la dice lunga sul dramma vissuto dai bambini contesi da genitori di diverse nazionalità al momento della separazione. Un fenomeno in crescita in tutta Europa, parallelo all’aumento della circolazione delle persone. Il Parlamento UE da due anni ha istituito la figura del Mediatore in materia e ora pubblica  un Vademecum per cittadini e Istituzioni, per offrire orientamenti in quello che riconosce come un campo sensibilissimo.

Ogni anno nei 27 Paesi membri, che da luglio saranno 28 con la Croazia, si contraggono circa 2 milioni di matrimoni, di cui 300.000 riguardano coppie di diversa nazionalità. Su 1 milione di divorzi, 140.000 riguardano coppie bi-nazionali. Sulla custodia dei minori scoppiano conflitti con molti casi di uno dei due genitori che “rapisce” il figlio o i figli. E’ storia di avvocati, di vie diplomatiche oltre che di dolore.

Il Mediatore europeo cerca di portare i genitori a un “accordo volontario” che eviti estenuanti azioni giudiziarie transnazionali che restano sempre molto complesse. Riveste tale ruolo l’onorevole Roberta Angelilli, vicepresidente del Parlamento Europeo, che parla di “conflitti forti, di dolori laceranti”. Assicura che ci vuole innanzitutto molto ascolto per il padre e per la madre e ore di mediazione tra le parti legali.

La vice-presidente della Commissione Europea, Viviane Reding, che ha sostenuto l’iniziativa, sottolinea che si tratta di “mettere insieme i pezzi delle leggi che in materia non mancano ma anche sostanzialmente di perseguire la via del dialogo”. Dopo i primi due casi che possono definirsi risolti perchè si è arrivati a una soluzione che permette ai bambini di mantenere un rapporto con entrambi i genitori, cresce il numero di coppie che ricorrono all’ufficio della Angelilli. Anche se bisogna dire che nella maggioranza dei casi a scrivere sono i papà che vedono affidati i figli alle madri.

C’è da dire che l’Italia è lo Stato membro dal quale arriva il maggior numero di richieste di mediazione. Al momento le richieste riguardano 98 coppie: i bimbi contesi sono 123, tra i 3 e gli 11 anni, di cui 76 femminucce e 47 maschietti.  Ma ancora sono tanti coloro che non saprebbero come muoversi su questa strada che è sostanzialmente di dialogo: per questo da gennaio il Vademecum sarà disponibile in tutti gli Uffici di rappresentanza UE e on line in tutte le lingue.

L’Europa che tenta con difficoltà di raggiungere una vera governance politico-economica sta cambiando anche l’approccio al sociale. Lo conferma la presidente della Commissione Petizioni del Parlamento Europeo, Erminia Mazzoni: “Fino a poco tempo fa le richieste dei cittadini venivano respinte perchè la competenza sui figli era solo nazionale ma oggi non può più essere così”. “La tutela dei minori è un punto fermo della Carta dei diritti diventata parte integrante del Trattato di Lisbona – spiega – e dunque l’UE non può più sottrarsi”.

La Angelilli, la Reding, la Mazzoni usano la stessa identica espressione: “Con grande cautela”. La cautela necessaria sempre quando si parla di minori e tanto più per bambini che nella sofferenza della separazione rischiano le lacerazioni ulteriori di un conflitto esasperato dalla lontananza fisica e a volte di lingua e di cultura tra le famiglie di origine, che rischiano di essere solo oggetto del contendere.